Chinte (珍手) – Mani di Fantasia –
Come accade per molti altri kata vi sono opinioni contrastanti riguardo le origini di Chinte. Alcune fonti sostengono che Chinte sia un esercizio molto antico di origini cinesi, poi trasformato nell’attuale forma, altre sostengono che si trattasse di una trasposizione al Tode di Okinawa di una antica danza autoctona. In ogni caso pare che la versione attualmente praticata sia da attribuirsi a Yasutsune (Anko) Itotsu. I pittogrammi Chin e Te significano “inusuale” e “mano”, quindi possiamo sostanzialmente affermare che il nome traslitterato del kata sia “mani fantasiose” o mani strane, incredibili. Ciò deriva evidentemente dalla grande varietà e numero di tecniche inusuali per gli altri kata previste nello sviluppo di Chinte, tra le quali figurano alcune utilizzate in esclusiva, quali “tate tsuki” (colpo/pugno verticale), “nakada ken” (nocca di mezzo), “age tsuki nihon nukite” (doppia punta della mano) ed “hasami tsuki” (colpo/pugno a forbice); inoltre Chinte propone la tecnica di “tettsui” (kentsui) usata sia come uke che come uchi, in esecuzione otoshi e ma, presente soltanto in Heian Shodan. Per quanto riguarda la doppia parata a mano aperta “ryote gedan mawashi shuto”, altra esclusiva di questo kata, osserviamo che nel tempo è stata trasformata da tutte le scuole in “ryote gedan mawashi haito”, adeguandola a quanto proposto dai kata Gojushiho. Un’altra modifica, ormai accettata da tutte le scuole, è la trasformazione, nella parte finale del kata, di “ushiro hasami uchi” effettuato inclinando il busto in avanti a “ryote kakiwake gedan uke” mantenendo il busto diritto.
Un aspetto assolutamente inusuale presente in questo kata sono i tre saltelli all’indietro “Yori ashi uraraku” che da sempre hanno suscitato perplessità sulla loro origine e motivazione, ovviamente ingigantita nella applicazione bunkai.
L’affermazione che si tratti di uno stratagemma per tornare al punto corretto di enbusen è quella che lascia maggiormente perplessi: non è infatti probabile che avendo disposizione centinaia di tecniche i/il codificatore/i abbiano optato per una soluzione tanto banale quando criticabile. Personalmente, da studi e ricerche effettuate e da allenamenti specifici sostenuti con alcuni dei maggiori interpreti di Chinte, sostengo si tratti di una metafora filosofica legata alla predisposizione di questo kata ad essere interpretato dalle femmine piuttosto che dai maschi (anche nelle competizioni è spesso così), al punto che molte fonti arrivano a definirlo “il kata delle femmine”, spesso sostenendo erroneamente la contrapposizione al “maschile” Chinto (Gankaku) con il quale non esiste invece nessuna relazione se non la somiglianza nel nome. Ebbene i tre saltelli rappresenterebbero il distacco progressivo della femmina dalla famiglia di origine, mentre la sua applicazione pare evidentemente legata ad una tecnica di “kotegaeshi” applicata al polso di un avversario e perpetrata trascinando lo stesso indietro ed in basso. Alcune scuole sostengono si tratti di un modo per liberarsi dalla presa di lotta detta “doppia Elson”, spingendo l’aggressore all’indietro allo scopo di squilibrarlo e farlo lasciare la presa.
Tornando all’aspetto tecnico esecutivo del kata, questi saltelli evidenziano la difficoltà di mantenere l’equilibrio in “heisoku dachi” saltando all’indietro, come del resto avviene durante il kata nel momento che si deve assumere lo stesso heisoku dachi a fronte di un forte avanzamento, eseguendo “sukui uke-mawashi tettsui”. Quindi un esercizio di ricerca dell’equilibrio nelle due direzioni opposte mantenendo il busto assolutamente diritto e senza oscillazioni, radicando la posizione al suolo.
La disposizione di Chinte ad una utenza femminile è sottolineata dal fatto che molte delle sue tecniche risultino efficaci anche a fronte dell’impiego di una minore forza, quali evidentemente il nihon nukite agli occhi, il nakadaka ken sulle articolazioni e/o i tendini, i copi di gomito ed a mano aperta, ecc… che comunque richiedono una applicazione precisa sui punti delicati (vitali) del corpo, efficace anche a fronte di una forza relativa. Molte tecniche di Chinte ne sottolineano la circolarità nascosta, che un insegnante competente e dedicato alla ricerca su questo kata potrà illustrare correttamente, consentendo la scoperta di molte particolarità applicative di questo affascinante kata.
La pratica di Chinte richiede all’esecutore fluidità e rapidità, accompagnate da rapidissime contrazioni nel momento del colpo finale, inoltre la costante tenuta dell’altezza del bacino nei numerosi cambi di posizione sia in avanzamento che da fermi, richiedono una preparazione adeguata alla muscolatura delle gambe e del bacino; la capacità di gestione delle anche e della trasformazione delle posizioni (da kiba dachi a fudo dachi, da fudo dachi a zenkutsu dachi, ecc…) richiede una esperienza molto approfondita.
Così come accade per il kata Meikyo, Chinte è una delle forme che i Grandi Maestri propongono nelle loro dimostrazioni, a sottolineare quanto non conti la spettacolarità delle tecniche per illustrare il karate bensì la ricerca instancabile della capacità della mente di comandare il corpo nella gestione dei movimenti e delle tecniche.
Anche per Chinte vi fu un tentativo da parte del Maestro Funakoshi di cambiare il nome in “Shoin”(書院) “Sala di studio in un tempio”, ma la circostanza non fu sostenuta dai suoi studenti e successori e come accaduto per altri kata, il nome rimase quello originale ed attuale.
In cinese il pittogramma 珍 si legge “Zhen” che significa “Raro”, “Prezioso”.
Nella scuola Shorin Ryu di Okinawa esiste il kata “ Chinti” che presenta diverse similitudini con la versione Shotokan.
Chinte ha un conteggio di trentatre waza (tecniche) con i due kiai alla tecnica nove (hidari age hiji ate) e trendadue (migi tatetsuki), anche se si notano diverse esecuzioni che effettuano il secondo kiai alla tecnica di hasami tsuki.
Note personali
Chinte è un Kata che amo molto praticare e proporre. I motivi di questa preferenza sono molteplici e passano dalla bellezza dell’esercizio alla sua radice storica, dall’esclusività di molte tecniche alla complessità dello studio del movimento del corpo e delle anche, all’ineguagliabile sensazione di “circolarità” che si manifesta approfondendone lo studio. Inoltre mi accorgo che insegnandolo e ricevendo dai praticanti più esperti, feed back importanti, scopro sempre nuovi elementi motori e gestuali nascosti, come in una sorte di cassaforte ove all’interno esistano diversi “doppiofondi” invisibili in cui sono custoditi i beni più preziosi. Anche l’applicazione delle tecniche racchiude un fascino direi unico. Inizialmente possono apparire come applicazioni banali, scontate, che sfruttano la particolarità delle inusuali tecniche di mano utilizzate in esclusiva nel Kata, ma con il passare del tempo di pratica è con la richiesta ai partner di interventi aggressivi sempre più fedeli alla vera intenzione di colpire, ci si accorge che, più delle gestualità “strane”, sono importanti gli elementi dinamici dell’applicazione: gli spostamenti, i cambi di peso sulle posizioni, l’efficacia dell’intervento del corpo nell’utilizzo della tecnica, il controllo del baricentro, la contrazione e soprattutto, la decontrazione. Certamente elementi che possono essere attribuiti alla illustrazione di tutti gli altri Kata esistenti ma, a mio modo di vedere, Chinte è una di quelle forme che maggiormente sottolinea i concetti citati. Ferma restando la necessità basilare di aver praticato e studiato i Kata Tekki, potrei avvicinare Chinte a Sochin, altro mio “pallino” o a Meikyo, che ritengo il Kata più “difficile” e che, nonostante la mia lunga militanza, insegno con molto timore reverenziale, non essendo ancora riuscito a capirne completamente la filosofia di codifica.
Credo che un praticante di grado alto (5°, 6° dan) che veramente padroneggi questi tre Kata (oltre ad i Tekki), possa essere considerato a pieno titolo un esperto di Karate.
